25/07/2025
1. Le radici culturali della discriminazione: stereotipi e pregiudizi
C’è un filo rosso che lega tra loro i saggi di questo volume, la discriminazione, che può essere declinata in base all’appartenenza a determinati gruppi sociali prendendo la forma del razzismo, del sessismo, dell’omofobia, dell’abilismo (ma anche dell’antisemitismo, dell’ageismo etc.). Può essere interessante fare un passo indietro, andando a disvelare come l’atto della discriminazione sia solo la punta dell’iceberg, l’esito finale di una serie complessa di processi sottesi che hanno a che fare con altri due elementi chiave: i pregiudizi e gli stereotipi. Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni possono infatti essere interpretati in una prospettiva psico-sociale come tre fenomeni strettamente connessi e legati da rapporti di interdipendenza. Il pregiudizio è definitivo come un atteggiamento che, come tale, si articola in tre componenti: affettiva (pregiudizio), cognitiva (stereotipo) e comportamentale (discriminazione).
Gli atteggiamenti sono costituiti da tre aspetti: una componente affettiva o emozionale, che rappresenta sia il tipo di emozione collegata all’atteggiamento (ad esempio, la rabbia o la gioia) sia l’estremità dell’atteggiamento (l’ansia moderata, l’ostilità incontrollata); una componente cognitiva, che comprende le credenze o i pensieri (cognizioni) che compongo l’atteggiamento; una componente comportamentale, collegata alle azioni dell’individuo. […] Il termine “pregiudizio” si riferisce alla struttura generale dell’atteggiamento e alla sua componente affettiva (Aronson, Wilson, e Akert 1999, 443).
A livello etimologico il pregiudizio (dal latino prae, «prima» e iudicium, «giudizio») può essere definito come un’opinione precostituita, anteriore alla diretta conoscenza di determinati fatti o persone, non fondata su un esame diretto e attento della realtà ma su convincimenti tradizionali o comuni. Stando a questa definizione potrebbero esistere pregiudizi sia positivi che negativi; in realtà, a livello connotativo, le persone usano questo termine unicamente per riferirsi ad atteggiamenti negativi nei confronti degli altri.
Scrive Paola Villano: Il pregiudizio è un fenomeno complesso da definire: a seconda del grado di specificità o di generalità che assumiamo, infatti, possiamo avere diverse sfaccettature. Da una parte si può fare riferimento al significato etimologico del termine che […] comprende un giudizio precedente all’esperienza, che possiamo applicare a fatti, eventi, relazioni interpersonali, gruppi sociali; dall’altra, a un livello più specifico, possiamo intendere il pregiudizio come una tendenza a considerare in maniera sfavorevole un determinato gruppo sociale. Ciò che accomuna questi due livelli è il fatto che il pregiudizio non è solamente una valutazione, ma orienta concretamente le azioni e i comportamenti delle persone, che possono andare dal semplice tenere a mente le informazioni negative su un determinato gruppo all’esprimere le proprie opinioni contrarie, al prendere parte ad azioni di violenza manifesta contro individui che appartengono a quel determinato gruppo (Villano 2003, 53).
Il pregiudizio è dunque un atteggiamento tendenzialmente negativo e ostile nei confronti dei membri di un gruppo che porta a percepire, pensare e agire in maniera sfavorevole nei confronti di gruppi diversi dal proprio. Come sintetizza efficacemente Rupert Brown si ha pregiudizio quando sono presenti alcune di queste caratteristiche: «Il mantenimento di atteggiamenti sociali e credenze cognitive squalificanti, l’espressione di emozioni negative o la messa in atto di comportamenti ostili o discriminatori nei confronti dei membri di un gruppo per la loro sola appartenenza ad esso» (1997, 15). Il secondo step che può contribuire a determinare un atto concreto di discriminazione è lo stereotipo. Lo stereotipo può essere considerato come il nucleo cognitivo del pregiudizio ovvero un insieme di informazioni su una certa categoria di soggetti che vengono rielaborate in un’immagine coerente e tendenzialmente stabile, in grado di sostenere e riprodurre il pregiudizio nei loro confronti. Di solito si fa risalire l’introduzione di questo concetto nelle scienze sociali al lavoro del giornalista tedesco Walter Lippmann che nel volume Public Opinion (1922) lo aveva applicato all’analisi dei processi di formazione dell’opinione pubblica. A partire dal significato etimologico di stereotipo (dal greco stereos «rigido», «permanente» e topos «impronta») Lippmann traspose figurativamente il suo significato dall’ambito tipografico a quello sociale: così come lo stampo tipografico riproduce le immagini a stampa per mezzo di forme fisse, così gli stereotipi assegnano caratteristiche fisse e immutabili a persone e gruppi sociali, scarsamente suscettibili di modifica. Se il pregiudizio mette in campo la sfera emotiva, lo stereotipo si riferisce alla sfera cognitiva e consiste in un repertorio di idee, opinioni e credenze, condivise a livello collettivo, che viene assegnato ad una data categoria di persone in maniera semplificata e rigida, senza tenere conto delle differenze individuali. È importante sottolineare che il meccanismo della stereotipizzazione, di per sé, non implica necessariamente una componente emozionale negativa, né induce obbligatoriamente a commettere abusi e soprusi intenzionali: è semplicemente un modo per semplificare il mondo che facilita la vita alle persone. Come spiega Gordon Allport nel suo libro La natura del pregiudizio (1954) la creazione di stereotipi può esser letta in base alla «legge del minimo sforzo»: il mondo è troppo complesso e variegato perché possiamo permetterci di differenziare accuratamente gli atteggiamenti che riguardano ogni singolo aspetto della nostra vita; andiamo quindi alla ricerca di soluzioni ‘economiche’ che ci consentano di massimizzare le nostre energie cognitive al fine di sviluppare atteggiamenti meticolosi e precisi solo su certi argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti di altri argomenti che riteniamo meno significativi. In linea con questa teoria, lo stereotipo può essere considerato un modo duttile ed economico per affrontare gli eventi complessi, nella misura in cui si basa sull’esperienza ed è accurato. Se però lo stereotipo nasconde le differenze individuali all’interno di una classe di persone, diventa uno strumento scarsamente duttile e potenzialmente dannoso e offensivo. L’aspetto più deleterio e pericoloso riguarda il fatto che gli stereotipi – e i pregiudizi – sono resistenti al cambiamento e tendono a rimanere fissi e immutabili anche in presenza di informazioni e prove contrastanti. Il semplice contatto con informazioni discordanti con le nostre credenze non è sufficiente a farcele mettere seriamente in discussione. Il motivo è semplice, ed è riconducibile – ancora una volta – alla necessità degli esseri umani di risparmiare energie cognitive: «per un processo di economia mentale, gli stereotipi hanno il vantaggio di essere psicologicamente presenti, mentre tutte le altre ipotesi o spiegazioni alternative richiedono un ulteriore lavoro cognitivo che non sempre siamo disposti a fare» (Villano 2003, 48). Nella vita quotidiana tenderemo quindi a offrire più attenzione alle informazioni coerenti con le nostre opinioni, le richiameremo più spesso alla mente e le ricorderemo meglio rispetto alle informazioni che non sono coerenti con le nostre opinioni (e che rischierebbero di smentirle). Già Allport (1954) affermava che, di fronte a un’informazione discordante, il soggetto è propenso ad operare una ‘recinzione’ in modo che il dato contrastante venga arginato considerandolo un’eccezione alla regola: in questo modo lo stereotipo ne esce intatto. L’ultimo aspetto del pregiudizio (in quanto atteggiamento) riguarda la traduzione delle credenze in comportamenti. Quando credenze negative e ipersemplificate nei riguardi di persone che appartengono a un differente gruppo sociale (stereotipi) sono abbinate ad atteggiamenti emotivi negativi e sprezzanti (pregiudizi), possono generarsi vere e proprie azioni di emarginazione, discriminazione e di violenze a danno di quel determinato gruppo. La discriminazione si verifica quando una persona viene ingiustificatamente trattata in modo diverso o esclusa da un servizio o da un’opportunità (ad es. nel mondo del lavoro, della scuola, delle prestazioni sociali o assistenziali, ecc.) sulla base di una delle seguenti condizioni: nazionalità, sesso, colore della pelle, ascendenza od origine nazionale, etnica o sociale, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche, appartenenza ad una minoranza nazionale, disabilità, età, orientamento sessuale o identità di genere, e ogni altra condizione personale e sociale. Tra le forme più diffuse di discriminazione troviamo il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia e la transfobia. Le ideologie (van Dijk 2004) – sessiste, razziste, xenofobe – concorrono a diffondere nell’opinione pubblica del ‘buon senso comune’ stereotipi e pregiudizi che producono l’effetto di emarginare e discriminare il ‘diverso’ arrivando a connotare la diversità come un tratto biologico, anziché come l’effetto di processi di tipo culturale. Nel corso di volume andremo a scavare a fondo in questa questione smascherando i pericolosi processi di ‘naturalizzazione’ o ‘biologizzazione’ delle differenze (di sesso, di razza, di abilità) che tendono a giustificare i meccanismi di oppressione, stigmatizzazione e dominio (di un genere sull’altro, di un gruppo etnico sull’altro, del gruppo degli ‘abili’ nei confronti dei non-abili) come la naturale conseguenza di differenze innate tra gli esseri umani (Rivera 2010). L’operazione da compiere consiste invece nell’enucleare i processi culturali su cui si fondano le discriminazioni sessiste, omofobiche, razziste e abiliste per comprendere quel sistema complesso di dominio (in cui entrano in ballo dimensioni ideologiche, simboliche, sociali, politiche) che produce una gerarchia tra gruppi sociali e un’inferiorizzazione di certi gruppi rispetto ad altri.