Origini, forma e (dis)funzioni dell’apparato masticatorio in Homo sapiens 
Papini, Andrea
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Origini, forma e (dis)funzioni dell’apparato masticatorio in Homo sapiens

02/01/2024

La consapevolezza che molte delle componenti del nostro attuale corpo trovano la loro origine in un passato così remoto da esser difficile pensarlo può dare una sensazione vertiginosa, simile a quella che possiamo avere considerando le profondità dello spazio cosmico; è però questa prospettiva che riconduce tutti noi al vero ‘Posto dell’uomo nella natura’, e a quella cognizione, necessaria e oggi improcrastinabile, che ci faccia assumere le nostre responsabilità nei confronti della conservazione della biodiversità e dell’ambiente del nostro piccolo e meraviglioso pianeta. «Conoscere la nostra storia nel tempo profondo, di quando non eravamo ancora umani, è importante soprattutto oggi che siamo i padroni (incontrastati) del pianeta; è importante che questa storia vada divulgata non tenendola solo all’interno di una comunità scientifica che su scala mondiale conta appena qualche migliaio di persone» (Manzi 2017). Nell’uomo l’apparato stomatognatico svolge diverse e raffinatissime funzioni come la respirazione, la suzione, la comunicazione non verbale e infine, come ultima arrivata, la fonazione; a queste funzioni non tutte strettamente indispensabili per la sopravvivenza, se ne aggiunge una (cronologicamente la prima) di fondamentale importanza, senza la quale l’animale è condannato a morire di fame: l’alimentazione. Formata dall’unione di due processi distinti, masticazione e deglutizione, l’alimentazione è imprescindibile per la vita perché fornisce cibo al sistema digestivo, permettendo di assimilare i nutrienti necessari per l’energia, il mantenimento, la crescita e la riproduzione (Reilly, McBrayer, White 2001). Il complesso intersecarsi delle diverse funzioni del nostro apparato stomatognatico, oltre al suo naturale cambiamento morfologico nell’arco della vita e all’estrema variabilità fenotipica legata ai drastici cambiamenti alimentari dell’ultimo secolo, ha prodotto diversi approcci al suo studio funzionale e questo ha determinato nel mondo odontoiatrico una interpretazione non unanimemente condivisa e spesso confusa. Un odontoiatra che desideri approfondire le sue conoscenze in ambito gnatologico, una volta esaurito l’aspetto anatomico, si ritrova spiazzato davanti a una inspiegabile variabilità di analisi funzionali e di approcci terapeutici; quindi o si allontana da questa branca dell’odontoiatria liquidandola come troppo complessa, oppure aderisce in maniera fideistica a una delle diverse scuole: entrambe le soluzioni non sono una buona scelta, perché da un lato non avere una corretta visione funzionale dell’occlusione mette a rischio il successo di tutti i nostri lavori eseguiti nella bocca di nostri pazienti, mentre dall’altro l’adesione acritica a una scuola contrasta con l’approccio scientifico che dovrebbe sempre guidare le nostre scelte terapeutiche. Anche il lavoro odontoiatrico più semplice, si tratti pur soltanto di una banale otturazione, deve essere eseguito in osservanza delle specifiche determinanti dell’occlusione, in modo che non insorgano disturbi durante il rapporto occlusale. Il dentista che operi in osservanza di queste norme è da considerare uno gnatologo e non è possibile esercitare correttamente l’odontoiatria senza essere gnatologi (Böttger 1982). Esistono numerosi concetti, tecniche e filosofie riguardanti l’occlusione (Rangarajan, 2015) e a rendere ancora più difficoltosa l’identificazione di princìpi comuni ha contribuito la necessità di masticare (e deglutire) in tutte le condizioni nelle quali la bocca si possa trovare: è necessaria un’estrema capacità di adattamento che permetta di superare ogni ostacolo che potrebbe bloccare lo svolgimento dell’alimentazione. Il nostro apparato masticatorio si strutturò con l’avvento dei mammiferi circa 250 milioni di anni fa ed è solo una delle peculiarità che si sono evolute in questa classe di vertebrati; da allora, pur condividendo una base funzionale trasversale, tra le molteplici specie mammaliane si sono succeduti incessantemente innumerevoli mutamenti dello schema anatomico e funzionale del sistema stomatognatico. Tra queste variazioni sul tema vi sono anche quelle peculiari, all’interno dell‘ordine dei primati, di un curioso tipo di ominide nudo, che siede in un equilibrio sempre più precario su di un piccolo ramoscello periferico del grande corallo della vita. Quindi come dovrebbe funzionare il nostro sistema stomatognatico durante la masticazione? E perché alcune caratteristiche anatomo-funzionali identificano la masticazione della nostra specie e per questo sono da considerarsi essenziali per una funzione fisiologicamente corretta? Il perché e il come: nella moderna professione odontoiatrica l’essenziale aiuto della tecnologia digitale assume talvolta i connotati di una vera e propria invasione: è sempre più presente il rischio che i progressi tecnologici invece di supportare il processo diagnostico tendano a sostituirlo con programmi (e schemi mentali) preconfezionati e standardizzati che inducono scelte nelle quali lo scopo primario è quello di adottare il protocollo più rapido e meno problematico. Questa indotta passività intellettuale ci esime dal porci la prima delle due domande fondamentali nel fare terapia: perché e come. Cronologicamente il come è generalmente la prima domanda che ci poniamo davanti a un problema imprevisto: come risolverlo e uscire dalla difficile situazione? Il come è necessario per trovare una soluzione, ma non chiarisce le cause che hanno generato il problema, anche se, senza il come, il perché tende a rimanere una pura speculazione astratta. Il come però porta a sviluppare solo l’aspetto tecnico risolutivo, ovverosia quell’insieme di procedure finalizzate a operare con il minor spreco possibile, e per le quali esiste un competente, uno specialista che esegue un protocollo standardizzato da rispettare; ma non prende in considerazione il nesso tra gli eventi causali e la loro genesi. La seconda domanda, che sottostà solo cronologicamente alla prima, è il perché: il perché è necessario per capire le cause del problema, per scegliere il percorso più adatto alla sua risoluzione nonché per mettere in campo le azioni per riuscire successivamente a prevenirlo; senza il perché, il come si esprime coll’ottusa rigidità dei protocolli operativi, che non contemplano altro fuori dal più o meno ristretto insieme di variabili prese in considerazione. Parafrasando Nietzsche, se possediamo un perché possiamo affrontare qualsiasi come. Senza il perché il come cessa di essere un mero mezzo attuativo diventando un fine autoreferenziale, che giustifica sé stesso con sé stesso e che solleva l’esecutore da ogni responsabilità: altri hanno già pensato per lui la soluzione ‘migliore’. Il come si esprime con la terapia, il perché consente la diagnosi; il come senza il perché è un m[is]ero esercizio di stile, il come senza un perché genera mostri. Questo lavoro intende dare delle risposte (ovviamente parziali) sul perché il nostro apparato stomatognatico sia fatto così, e in base a questo sul come dovrebbe funzionare. Il filo conduttore di questo libro è sostenuto continuamente da riferimenti a pubblicazioni su riviste scientifiche in modo da evitare speculazioni personali o ipse dixit basati esclusivamente sull’autorità vera o presunta di qualche eminente collega. Ma, come avverte Walter Benjamin, «Le citazioni sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante»: il lettore dovrà perciò approfondire eventuali suoi interessi grazie alla bibliografia inerente alle ricerche che hanno trattato i molteplici argomenti affrontati nell’esposizione.