Con la letteratura

La lettura letteraria, la scuola, l’insegnamento


Il romanzo Absalom, Absalom!, uno dei più ardui e importanti tra quelli scritti da William Faulkner, è al centro di un “esperimento” riportato da Alessandro Portelli in un suo saggio del 1983. Nel tentativo di «superare alcune resistenze degli studenti alla letteratura, percepita come estranea ai loro interessi, mera prova astratta nel corso a ostacoli verso la laurea, ma senza alcun rapporto con l’esperienza quotidiana»1 , Portelli racconta di aver proposto, in due seminari universitari tenuti in parallelo alle facoltà di Lettere di Roma e di Magistero di Arezzo, la lettura del testo di Faulkner, «un libro ostico, quasi incomprensibile e di poca o nulla “attualità”», messo a confronto con alcuni testi orali – interviste a operai delle acciaierie di Terni – dal carattere piano, accessibile e socialmente impegnato. Attraverso il confronto fra i testi (o, meglio, tra un testo e la trascrizione di una performance), insegnante e studenti avrebbero dovuto procedere all’identificazione delle analogie e poi alla graduale ricerca della «differenza che fa la letteratura»2 , andando a esaminare alcune delle caratteristiche stilistiche e formali presenti, in forme e con funzioni differenti, in entrambi i testi. L’esperimento viene valutato da Portelli come un autentico insuccesso didattico, poiché sembra che il solo ad aver imparato qualcosa di nuovo sia stato proprio lui, l’insegnante. Tra le cause del fallimento, l’autore individua la scarsa reperibilità del libro di Faulkner, che costringe l’insegnante ad anticipare i risultati dell’indagine attraverso sue spiegazioni, «sopprimendo così la dimensione interattiva e di ricerca del seminario», col risultato che «quando finalmente ebbero il libro in mano ci trovarono più o meno quello che io gli avevo detto che ci avrebbero trovato»3 . Inoltre, visto che il seminario era stato pensato come un diverso approccio alla letteratura e ai suoi rapporti con altri tipi di discorso, l’insegnante si sarebbe atteso ben altri cambiamenti negli studenti, che avrebbero dovuto quanto meno mettere in discussione le idee preconcette di letterarietà e di cultura, o il ruolo stesso della produzione linguistica e della comprensione degli enunciati nella vita quotidiana. Quel che resta, infine, è un senso di delusione, che trova espressione nella pagina conclusiva: Io avrei voluto che imparassero che davvero parliamo tutti in prosa, e qualche volta anche in poesia. Ma le istituzioni scolastiche e critiche avevano elevato rigidi steccati attorno alla prosa e alla poesia: sono cose destinate agli artisti e agli specialisti, cose cui la gente normale si accosta di rado, con prudenza e per obbligo. E forse ormai hanno ragione: a forza di separare la letteratura dal resto del mondo della parola, forse ormai la letteratura è davvero perduta per noi gente comune. Gli studenti erano disposti a imparare cose nuove sulla letteratura, ma non credevano di poter fare qualcosa con la letteratura. Avevano capito perfettamente l’uso dell’iterazione cumulativa e della correzione paratattica, ma non sapevano cosa farsene quando parlavano a tavola coi genitori o al bar con gli amici, e neanche quando leggevano un altro romanzo, a meno che qualcuno non li avvertiva prima che ce la devono trovare. Soprattutto, avevano interiorizzato la separazione fra i grandi concetti astratti e l’umile oggetto di carta che avevano fra le mani. La sarta e l’operaio, poi, sono apparsi loro una curiosità ben trovata, o una stravaganza che ogni professore ha e bisogna lasciarli fare. Il punto di rottura arrivò quando proposi di paragonare la scrittura di Faulkner ai loro stessi usi linguistici, al loro parlato quotidiano. Tutta la loro formazione gli aveva insegnato che la lingua, la cultura, la letteratura non sono mai cose che produciamo noi, ma entità che esistono fuori di noi, in altri luoghi e altri tempi, e a noi spetta solo di impararle e inghiottirle. Perciò, se colsero analogie fra la scrittura di Faulkner e il loro discorso quotidiano, questo non servì a valorizzare e capire il loro discorso, ma a svalutare quello di Faulkner. Ed è giusto che avvenga così, fino a che la dignità della cultura continuerà a risiedere nella siderale distanza tra le sue leggi universali e astratte, e le loro umili ed empiriche persone4 . Confessando tra l’altro i propri errori didattici e la propria impotenza di fronte a incrostazioni culturali difficili da rimuovere attraverso un solo corso universitario, Portelli mette in evidenza uno degli effetti collaterali meno visibili dell’insegnamento letterario di quegli anni, che nel 1981 sappiamo essere saldamente ancorato a un modello didattico idealistico-storicista, appena contaminato dal modello linguistico-semiotico di ascendenza strutturalista. Dopo anni e anni di frequentazione di opere, autori e movimenti della storia letteraria nazionale, è possibile, se non probabile, che la letteratura sia divenuta un bene immateriale dotato di un certo prestigio, e forse per questo da tenere separata dalle altre forme discorsive, situata al di fuori della portata delle persone inesperte, all’esterno della cerchia delle relazioni interpersonali, in una zona imprecisata del mondo delle idee.