l tema della Riforma comunitativa di Pietro Leopoldo ha già costituito
l’oggetto di una tale messe di studi da far ritenere forse poco urgente insistervi
ulteriormente. Il che risponde forse al vero finché questo grande capitolo del riformismo leopoldino venga studiato sotto il profilo dei suoi principi fondativi
e dell’iter grazie al quale essi vennero tradotti in realtà normativa. Man mano
tuttavia che il nostro modo di guardare al Settecento lorenese si è smarcato da
quella che Mario Mirri ebbe a definire una volta come la «storia dei lumi e delle
riforme» – cioè da una storia dei movimenti intellettuali, attenta anzitutto alla
novità del gesto stesso del riformare – e lo legge piuttosto come uno dei tornanti del lungo percorso che portò al superamento della società di corpi – percorso
destinato a chiudersi, sotto molto profili, ben addentro all’Ottocento –, il nostro
tema sembra ancora lontano dal presentarsi come un oggetto esaurito. Per chi
voglia capire, in particolare, in quale misura la trasformazione prefigurata dal
disegno del 1774 abbia corrisposto ad un netto rovesciamento degli assetti di
potere territoriale previgenti o non piuttosto al consolidamento di equilibri in
varia misura già raggiunti, più o meno silenziosamente, nel corso dell’età medicea non vi è altra strada che quella d’impegnarsi in un’analisi a scala locale, che
metta a confronto il profilo dei ceti dirigenti comunitativi pre- e post-riforma
nonché le correlative prassi di autogoverno.
Ricerche del genere, beninteso, non sono certo mancate e il lettore le troverà
ampiamente valorizzate dall’autore del presente volumetto. Proprio i carotaggi
di cui disponiamo, però, rivelano quanto varia ed articolata risulti, nei fatti, la
realtà dei corrispondenti assetti rappresentativi e stimolano ad ampliare il bacino
dei casi di studio, magari precisando meglio le corrispondenti domande di ricerca, che in questo genere di indagini si sono modulate finora più sulla lunghezza
d’onda della storia sociale che su quella della storia propriamente istituzionale.
L’area rurale prescelta da Giacomo Carmagnini per il suo sondaggio – quella
delle comunità mugellane – sembra prestarsi abbastanza bene a verificare i risultati applicativi della Riforma. Comprensiva tanto di comunità del Contado
come del Distretto, essa è sufficientemente lontana da Firenze e da altri centri
urbani di rilievo da non essere segnata in modo troppo pervasivo dalla presenza di una proprietà cittadina che tendeva inevitabilmente ad alterare il modello
di autogoverno che Leopoldo e i suoi collaboratori avevano idealmente presente; mentre la sua morfologia di medio-alta collina ne fa un tassello ben rappresentativo di alcune delle vocazioni colturali più tipiche del territorio toscano.
Incrociando quindi fonti centrali e locali, nelle pagine che seguono Carmagnini persegue essenzialmente tre obbiettivi.
Il primo consiste nel sottolineare preliminarmente come il progetto leopoldino, pur ispirato ad una cultura certamente antinomica a molti tratti della
civiltà istituzionale di ‘antico regime’, fosse già in origine costruito tutto sulla
ricerca di compromessi e di ‘terze vie’. Ciò era dichiarato intanto dallo stesso
impianto normativo della Riforma, affidato a due regimi generali differenziati
– l’uno per il Contado fiorentino e l’altro per il Distretto – e completato da una
serie di regolamenti particolari assegnati alle varie comunità «in aumento»
delle due rispettive discipline-quadro. L’esame ravvicinato del caso mugellano
rivela quanto un disegno del genere potesse modificare in concreto il profilo dei
nuovi assetti locali rispetto allo schema-tipo di quella ‘comunità dei possessori’
che, in astratto, avrebbe dovuto costituire la base comune di tutta la Riforma.
Nella maggioranza delle comunità qui esaminate, per esempio, si scopre che
una cospicua quota d’imposta, in certi casi destinata a sfiorare l’80% di tutto il
prelievo diretto, continuasse a scaricarsi sui contadini mezzadri, che possessori
certamente non erano e che quindi non partecipavano se non molto marginalmente alle rappresentanze comunitative. Ancora più notevole, poi, è il fatto che
alcuni piccoli centri come Marradi, Palazzuolo o Firenzuola, grazie ancora ai
loro regolamenti particolari, fossero riusciti a difendere quelle borse privilegiate
che avevano permesso ab antiquo a ridotti gruppi di famiglie locali di riservarsi l’accesso alla carica più importante della comunità, cioè al gonfalonierato. Si
riproduceva così, anche nell’ambito di centri modestissimi, una configurazione
istituzionale molto simile a quella che il governo centrale aveva riconosciuto,
dopo lunghe negoziazioni, alle quattrodici cosiddette “patrie nobili” del Granducato – città come Pisa, Volterra, Prato, Arezzo o Pistoia, senza contare naturalmente Firenze. La logica del privilegio, manifestamente incompatibile con i
principi generali della Riforma, continuava in questo modo a sopravvivere non
solo nei maggiori capoluoghi urbani, ma anche in località del tutto marginali,
nel cui trattamento il legislatore aveva evidentemente sacrificato senza esitazione i principi generali alla base della Riforma stessa alla acquisizione di un consenso veramente modesto.
Il secondo obbiettivo dell’analisi consiste nel misurare quanto sia variata, in
conseguenza dell’entrata in vigore della Riforma, la composizione dei ceti dirigenti locali – cioè nel capire fino a che punto il principio del cittadino-proprietario (al netto di occasionali concessioni al costume previgente, come quelle ora
menzionate) abbia implicato un ricambio degli amministratori oppure una sostanziale conferma delle famiglie che già in precedenza avevano tenuto le redini delle comunità. Su questo piano l’analisi che Carmagnini ricava incrociando
i dati relativi agli ultimi anni del regime pre-leopoldino con quelli offerti dalle
annualità comprese tra il 1774 e il 1790, sembra rivelare una sorta di trasformazione nella continuità. Nella realtà mugellana, cioè, la Riforma non pare aver
scalzato il nucleo forte degli antichi gruppi amministrativi locali, i quali (diversamente da quanto accade in altre comunità toscane analizzate sotto il medesimo
profilo negli ultimi anni, come per esempio la Fiesole di Francesco Mineccia)
avevano qui assunto già in precedenza una consistenza proprietaria sufficiente
a soddisfare i parametri stabiliti dal legislatore. Ciò che accadde fu piuttosto un
allargamento dei margini del gruppo dirigente, che si arricchì di una più o meno nutrita fascia di new entries. Semmai, ciò che la nostra ricerca mette in luce
è come il grosso di questi nuovi arrivi non abbiano corrisposto solo – né forse
tanto – a gruppi familiari locali, bensì a persone giuridiche di vario tipo, ed in
primo luogo ad enti ecclesiastici ed assistenziali. A vedersi dischiusa per la prima
volta la porta delle nuove amministrazioni leopoldine fu soprattutto quella proprietà religiosa o corporativa che da sempre aveva corrisposto ad una larghissima quota della superficie produttiva delle campagne toscane, ma che fino al ’74
nessuno aveva mai pensato di coinvolgere in forma diretta nella gestione delle
comunità. D’altra parte, questa nuova presenza non sempre si risolse in un accrescimento del gruppo dirigente locale sul piano di una partecipazione effettiva. Spesso infatti questi importanti patrimoni, una volta estratti dalle borse per
esprimere un loro rappresentante nell’ambito del collegio magistratuale della
comunità, sceglievano di farsi «sostituire» in esso da qualche altro «comunista» capace di «risiedere» – cioè da un proprietario che, vivendo in comunità
e/o avendo una più spinta familiarità con le logiche del potere locale di quella
che fosse accessibile ad un convento o ad una istituzione assistenziale – magari baricentrata altrove –, fosse meglio in grado di rappresentarne efficacemente gli interessi. Il risultato poteva essere quello di aumentare semplicemente la
presenza di famiglie già appartenenti al notabilato locale, che si accollavano in
varia misura la rappresentanza di patrimoni non loro. Ultimo intento della ricerca, infine, è quello di valutare fino a che punto le
disposizioni della Riforma non siano state più o meno coscientemente violate o
distorte, in sede applicativa, da parte di coloro che in una veste o nell’altra erano
stati designati come responsabili della sua attuazione – cioè dai rappresentanti
comunali stessi, dai cancellieri comunitativi, dagli ufficiali giusdicenti locali o
dalle stesse autorità centrali variamente implicate nella sua messa in atto. Che su
questo piano il disegno leopoldino abbia ricevuto una esecuzione molto lontana
tanto dalla sua lettera quanto dal suo spirito non è certo una novità per gli storici. Fin dalla metà degli anni Ottanta del Settecento, anzi, lo stesso Francesco
Maria Gianni – principale artefice del progetto generale della Riforma – aveva
chiesto ed ottenuto da Leopoldo l’apertura di una vasta indagine conoscitiva su tutto il territorio granducale volta a raccogliere e classificare tutte le diverse
«deviazioni» che, a suo dire, fin dal 1774 avevano sfigurato il profilo originario
di quella che egli considerava la sua creatura più cara: fino a redigere una lunga
lista di ‘vizi’ applicativi a cui si cercò di porre riparo con un minuziosissimo motuproprio del 1789. L’ultima parte dello studio di Carmagnini è appunto diretta
a verificare, sul terreno del Mugello, in quale misura un gap esecutivo del genere
si sia aperto effettivamente; e le sue conclusioni confortano pienamente quelle
stesse di Gianni, nel senso che, quantomeno per un periodo non breve, il centro pose ben poco impegno nel promuovere una attuazione davvero rigorosa del
dettato normativo leopoldino, lasciando che le autorità periferiche vi soprapponessero antiche abitudini o comunque ne stravolgessero ampiamente i contorni.
Questa scarsa diligenza, tuttavia – eccoci al punto – non viene affatto presentata dal nostro autore come un limite della strategia riformatrice di Leopoldo quanto semmai – e certo paradossalmente – come un suo punto di forza. Al
pari, per un verso, della «geometria variabile» caratteristica dell’impianto normativo della Riforma e per un altro del ricambio relativamente dolce che essa
promosse nell’ambito della composizione delle classi dirigenti, anche il modo
piuttosto distratto (quantomeno se misurato con i parametri di un moderno Stato esecutivo) con cui con cui se ne curò la realizzazione contribuì sicuramente
alla sua fortuna. Ispirata da una logica istituzionale diametralmente opposta
a quella che aveva governato per secoli il territorio toscano e il suo sistema di
appartenenze, la Riforma comunitativa necessitava strutturalmente di essere applicata facendo appello ad una recezione quanto più possibile spontanea
da parte delle autonomie locali e lasciando che ciascuna di esse la calzasse, per
così dire, adattandola alla forma del proprio piede. Tale è appunto il contributo più interessante, mi pare, che questo studio di caso (quello, sì, di una ‘cesura
moderata’) offre alla ricerca sul periodo leopoldino, sintonizzandosi assai bene
con un quadro storiografico che si sforza di aderire sempre meglio al piano delle istituzioni come ‘vissuto’.