Jardin délaissé: ce qui ne ressuscite pas
Sono questi i titoli di due romanzi di Jean Gallotti, raccolti in un unico volume edito a Parigi nel 1909, che possono esser assunti come metafora del messaggio di questo lavoro. Un giardino abbandonato è ciò che non si resuscita, sottintendendo che la cura di un’opera per gran parte vivente sia implicita nel senso stesso del giardino, come si può dedurre dalla storia, dalla storiografia, dalla trattatistica. Una metafora cui lo stesso Jean Gallotti, conservatore del museo di Rabat nel primo ventennio del Novecento, sembra rispondere attraverso la conoscenza di un patrimonio da proteggere, come dimostra il suo volume, frutto di attente ricerche agevolate dalla sua conoscenza dell’arabo: Le jardin et la maison arabes au Maroc, con 160 disegni di Albert Laprade (1926). Questa metatrasposizione, dalla letteratura alla conoscenza scientifica del giardino, non è solo una provocazione analogica. Essa vuole mettere in luce l’aspetto letterario e poetico del giardino, la sua capacità di evocare, di suscitare percezioni ed emozioni, gli stretti legami tra la vita dell’uomo e la natura del giardino. La verità, scrive Gallotti nei suoi romanzi, è inscritta ovunque nel giardino che incornicia la storia, dove l
a terra è sorta dal caos […] le piante, dalla terra, gli animali dalle piante, e l’uomo è arrivato quando tutto era bello, ma ora tutto langue e domani morrà, poi la terra a sua volta svanirà, ritornerà alla materia, all’insieme, al tutto…
Per semplificare, il messaggio avverte su un non ritorno del giardino a fronte della circolarità
dell’universo naturale, lasciando intendere sotto traccia, la condizione della cura come unico antidoto alla perdita.
Ed è infatti la cura, la manutenzione costante e “programmata”, la via verso la conservazione. Ogni restauro è una rifazione che porta alla progressiva perdita della sostanza originale. È questo il nodo critico dell’approccio al restauro del giardino su cui molto è stato scritto
dagli anni ’80 del Novecento a oggi. Rispetto al quale la scienza della conservazione risponde con l’affinamento progressivo di strumenti e pratiche, mutuate in parte da consolidati approcci alla disciplina del restauro architettonico, ma con vari distinguo e specialismi che qui vogliamo tracciare, sviluppando il percorso avviato nel 2004, con la pubblicazione del volume Restauro dei giardini teoria e storia. Da allora a oggi sono molti
i contributi che aggiornano la casistica dei restauri in un settore che allora, col nuovo
millennio, iniziava a fare i primi bilanci di vent’anni di dibattito dalle Carte del restauro
di Firenze. Inoltre, i tempi lunghi della natura “premiano” i risultati dei giardini scomparsi e ricostruiti, consentendone la lettura nel pieno sviluppo formale, in quella terza
e quarta dimensione che rappresenta la loro stessa essenza e talvolta ha il merito di correggere, con l’esuberanza della vegetazione, gli eventuali “errori” progettuali come dimostra, tra tutti, il caso di Venaria Reale. Un caso che, lo vedremo oltre, fa riflettere sui
cambiamenti di approccio al restauro dalla fine degli anni ’90 a oggi, tanto da rappresentare una sorta di paradigma didattico che consente di storicizzare la cultura stessa del
restauro dei giardini.
Se questo può essere considerato il punto d’arrivo di una lunga vicenda da assumere
come exemplum di buone e cattive pratiche, i termini di questa dinamica sono sottesi
all’idea stessa di giardino la cui complessità è riconducibile a un sistema ordinato di sottosistemi. Come organismo vivente, il giardino può essere assimilato a quello che in fisiologia si definisce un sistema omeostatico, autoregolabile, o quasi, nei suoi meccanismi
interni, anche al di là delle trasformazioni e dei fenomeni esterni. Gli esempi in tal senso
sono molti, se ripercorriamo la storia delle grandi trasformazioni “epocali”. Ed è a questa
storia che si vuole ricondurre la genesi del concetto di restauro e delle teorie che si sono
affermate dal secondo Ottocento a oggi. Alla cui comprensione giova lo sguardo lungo
della storia, dalla divulgazione delle teorie costruttive, alle testimonianze della “cura”, fino all’affermazione del giardino “monumento”, riconosciuto nel suo valore di memoria
e riconoscibile nelle sue stratificazioni pregresse. Ragione per la quale, è intenzione ricostruire qui, nelle linee essenziali, gli stessi processi di formazione del giardino, muovendo dalla trattatistica specializzata che s’intensifica nel corso del XVIII e XIX secolo. Da qui avviare un confronto con quanto realizzato, per giungere ai mutamenti di cultura e di sensibilità dell’Europa settecentesca, nell’intento di individuare la portata delle
trasformazioni dei giardini “formali” (ma anche la loro tenuta), in relazione al successo
del jardin-paysager, come affermazione dei valori di natura e di memoria sul controllo
razionale e geometrico del paesaggio. L’idea del giardino come continuum creativo, in
perenne metamorfosi, rappresenta un principio fondamentale nello sviluppo della cultura della conservazione e nell’avvio della sua teorizzazione moderna. Tutto ciò, alla luce della riflessione emersa dal convegno di Firenze del 2021, a quarant’anni dalle carte del Restauro dei giardini Icomos e italiana, di cui diamo conto, anche in vista delle nuove sfide del XXI secolo che vedono il giardino al centro di temi planetari legati alla crescita sostenibile, al transumanesimo, alle tecnologie distruttive, ai cambiamenti climatici, al rischio di
perdita della diversità biologica.
Il volume del 2004, Restauro dei giardini, teorie e storia, ha indotto a ripensare i confini stessi
dell’ambito d’indagine e a rimettere in gioco tematiche ancora poco esplorate, consentendo
di delineare una prima storia del restauro dei giardini che affrontasse la dialettica tra posizioni teoriche e questioni pragmatiche. Ripensare il giardino in termini di realtà complessa,
ricchissima di connessioni e di rimandi alla costruzione della quale, insieme all’architettura, hanno dato contributi fondamentali l’idraulica, le scienze naturali e umane, la scenografia, la poesia, la pittura, comporta di procedere con un approccio svincolato dai confini delle
discipline. Quella del giardino è infatti una storia d’incroci disciplinari che implica l’allargamento dell’indagine a un ampio livello di interazioni e, di conseguenza, alla ricerca di adeguati strumenti critici, capaci d’indurre i relativi riscontri tra i diversi campi. Ciò conduce a
una metodologia mutuata, dal più consolidato approccio disciplinare e interdisciplinare al
restauro architettonico, tuttavia spinta verso i territori della transdisciplinarietà e nuovi modelli teorici. Si tratta quindi di dimostrare come l’azione di conservare il giardino implichi
non tanto riscrivere la disciplina del restauro, o allargarla a un settore dell’area, bensì affermare una nuova “attitudine”, un nuovo approccio intellettuale, culturale e operativo a una
più ampia complessità di pensiero.