Il presente saggio affronta la tematica della riqualificazione del patrimonio edilizio residenziale seguendo la struttura narrativa dell’argomentazione critica con finalità anche divulgative. Per tale ragione è inquadrabile come contributo complementare alla pubblicistica specializzata del settore, a cui si rimanda nella corposa sezione dei riferimenti in nota. Il primario intento è infatti quello di indagare alcuni presupposti concettuali che informano gli indirizzi di ricerca, non sempre di interesse per l’attuale sistema di accreditamento scientifico, più incline a valutare le metodiche di indagine riferite ad aspetti singolari e circoscritti, che a sondare la natura degli assunti generali su cui si fondano. La prima annotazione riguarda la centralità oggi riservata alla questione energetica come fattore preminente nella definizione delle soluzioni di intervento sul patrimonio edilizio esistente. «L’energia è al primo posto» rappresenta infatti il presupposto che guida la visione strategica e l’impianto teorico adottato a scala sovranazionale da tutte le direttive del parlamento europeo e del consiglio, (Energy Performance of Buildings Directive, EPBD), compresa l’ultima 1275/2024, correntemente denominata “Case green”. Un indirizzo segnato dall’aver posto il tema della ‘povertà energetica’ come un fattore dirimente delle condizioni di disuguaglianza tra le fasce sociali della popolazione e al quale si correlano anche gli obiettivi di salvaguardia ambientale finalizzati ad un abbattimento delle emissioni di CO2 mediante una riduzione dei consumi energetici. La tesi che viene qui sostenuta è che la questione energetica, seppure di indubbia rilevanza, non debba prevalere rispetto agli altri fattori che determinano la funzionalità di un edificio, in quanto la condizione di efficienza energetica è solo espressione di un indicatore prestazionale e non rappresenta una priorità nella più ampia valutazione dei costi-benefici di un intervento edilizio. In altri termini, ciò che è avvenuto in questi ultimi venti anni, ovvero da quando sono diventati cogenti gli indirizzi politici e normativi sovranazionali come le varie EPBD di cui detto, il focus che riguarda il settore delle costruzioni è stato principalmente incentrato sul binomio consumi-impatti in chiave energetica, correlandolo ad un modello teorico di edificio improntato al rispetto di alcuni requisiti fondativi quali: la ridotta densità materica (leggerezza), alte prestazioni termiche dell’involucro edilizio (iper-isolamento), assemblaggio a secco (riciclabilità e riuso dei materiali), condizione adiabatica (sigillatura e Ventilazione Meccanica Controllata), uso di fonti energetiche rinnovabili (pompe di calore e fotovoltaico). Un modello che si è consolidato in contesti differenti da quello italiano, specificatamente nei paesi d’oltralpe, ma che, soprattutto, si dimostra impraticabile se tradotto nell’ambito degli interventi sulla maggior parte del patrimonio residenziale esistente. Al fine di sgomberare il campo da possibili fraintendimenti, la posizione critica che viene qui esposta non è dunque mirata a porre in discussione il correlato disposto tra consumi energetici ed impatti, che si traduce negli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e che è a fondamento di questo indirizzo strategico, ma sull’efficacia di alcune azioni che vengono promosse per conseguire tali obiettivi. La disamina prende le mosse da alcuni semplici interrogativi, a partire da quale sia il grado di accuratezza di alcuni indicatori che vengono normalmente impiegati a sostegno delle misure da adottare nel settore dell’edilizia per la riduzione delle emissioni di CO2 e dei relativi costi-benefici attesi. A parte la formula di rito riferita in qualsiasi consesso e contesto, che il comparto delle costruzioni sia responsabile del 40% dei consumi e del 36% delle emissioni degli stati membri dell’Unione Europea – dato che è rimasto inalterato nella sua formulazione in tutte le stesure delle EPBD, ovvero da oltre venti anni e dunque sorprendentemente impermeabile agli evidenti processi trasformativi ed evolutivi di ordine strutturale che si sono verificati in questo ampio lasso di tempo – sarebbe opportuno chiedersi e magari avere riscontro, quali sia stati i reali benefici ambientali generati dalla più rilevante misura adottata dallo stato italiano con il Superbonus 110%. Un interrogativo destinato però a rimanere inevaso perché i dati possono essere solo presunti, con un elevato grado di indeterminatezza conseguente alla incertezza delle ipotesi teoriche su cui si fondano i modelli di simulazione. Una stima, anche essa sommaria per le ragioni sopraesposte, ma correlata agli obiettivi dichiarati nel PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, Rapporto 2023) e al modello cost-optimal adottato, riferisce che la quota annuale di riduzione delle emissioni di CO2 generata dalla misura operata su circa il 4% del patrimonio residenziale si aggiri intorno al 0,3% del volume complessivo delle emissioni prodotte in Italia da tutte le categorie produttive. Un risultato alquanto modesto o, meglio, quasi irrilevante, ma che, di contro, ha comportato una spesa di circa 34 miliardi/anno, ovvero circa dieci volte la cifra riservata nel bilancio annuale dello stato italiano per il comparto sanitario.