C’è un vecchio adagio il quale dice che un conto è conoscere bene una materia, altro conto è saperla insegnare. Bisognerebbe aggiungere però che se la materia non la conosci bene, certamente non potrai insegnarla bene. Quando, dopo la laurea, mi sono trovato - oltre un quarto di secolo fa - ad affrontare il concorso a cattedre per materie letterarie e latino nei licei, mi venne chiesto lo scibile umano: tutta la grammatica e la letteratura italiana, tutta la grammatica e la letteratura latina, la storia e la geografia mondiali. Lo Stato si limitava ad assicurarsi che i futuri docenti possedessero un’adeguata conoscenza delle discipline che sarebbero andati a insegnare. Oggi, invece, viene richiesto loro soprattutto di dimostrare di possedere metodi e tecniche didattiche. L’enfasi dal “cosa” si è spostata sul “come”. Conseguenza anche dei nuovi corsi di laurea, che con la riforma del 3+2 (1999, ministro Luigi Berlinguer) hanno visto un drastico calo dei livelli di preparazione. All’indomani di quella forsennata riforma, Gian Luigi Beccaria curò un libro intitolato Tre più due uguale zero. Dunque è tutto da buttare? Non dico questo. Di certo, gettare in classe un giovane laureato senza alcuna preparazione metodologica né un minimo di nozioni socio-psico- pedagogiche, sarebbe oggi, come lo era in passato, un po’ rischioso. La maggior parte di noi già allora se l’è cavata con una robusta formazione disciplinare, con la passione, con l’entusiasmo e anche con quel po’ di buon senso che ti aiuta, in ogni àmbito della vita, ad affrontare situazioni impreviste. Altri, invece, hanno fatto danni. Dunque non è affatto sbagliato dotare i nuovi insegnanti di un bagaglio teorico-metodologico (sebbene ciò non sia di per sé garanzia di evitare ogni danno). Quando, nei primi anni ‘90, ero iscritto a Lettere, nella mia Facoltà (nella più popolosa Università italiana, la “Sapienza” di Roma), non esisteva un insegnamento di Didattica della letteratura italiana. Oggi esso è attivato pressoché in ogni corso di laurea in Lettere, perché è parte degli esami da sostenere obbligatoriamente per poter insegnare. Si tratta di una disciplina che ancora fatica a trovare un proprio preciso assetto disciplinare, anche per ragioni di burocrazia accademica: in molti atenei se la contendono i “generalisti” (i docenti di Letteratura italiana) e i “contemporaneisti” (quelli di Letteratura italiana contemporanea). Già da alcuni anni ci sono però, nel panorama scientifico, studiosi che hanno concentrato in tale àmbito le proprie ricerche. Uno dei più accreditati è Simone Giusti, che insegna Didattica della letteratura italiana all’Università di Siena e che ora ha dato alle stampe una stimolante monografia: Con la letteratura. La lettura letteraria, la scuola, l’insegnamento (pubblicato in coedizione tra Firenze University Press e USiena Press, pagine 196, euro 25,00). L’espressione «con la letteratura» riprende il titolo di un altro libro, Insegnare con la letteratura, che Giusti aveva pubblicato presso Zanichelli nel 2011. Ora, nel nuovo volume (che riprende alcuni saggi usciti negli anni seguenti), spiega che cosa intende: «Insegnare con la letteratura a scuola, o imparare dalla letteratura affinché sia possibile, al di fuori della scuola, continuare ad armeggiare con la letteratura, non corrisponde (...) a uno specifico metodo didattico, né tantomeno a tecniche prestabilite, quanto semmai a un approccio all’insegnamento letterario (...) di servizio, basato sulla fiducia nel valore sociale di alcuni comportamenti letterari - la lettura, la scrittura e la condivisione delle esperienze di lettura e di scrittura - e sulla disponibilità a trovare le soluzioni più adeguate a garantire a ogni studente la possibilità di sperimentare il valore di quei comportamenti durante le ore di lezione». I temi affrontati da Giusti nel suo libro sono molteplici: tra gli altri, l’analisi del testo, la lettura ad alta voce, la progettazione didattica, le tecnologie digitali, la traduzione letteraria, la didattica per competenze. Su quest’ultimo punto ho però qualche riserva. Non credo sia un bene aver sostituito nei documenti ministeriali, ormai da una ventina d’anni a questa parte, la centralità delle “conoscenze” con quella delle “competenze”. Se queste ultime sono utili per produrre, le prime sono fondamentali per pensare. Penso che su questo punto bisognerà aprire un dibattito serio, franco, rispettoso di tutte le posizioni, comprese quelle dissenzienti dal pensiero “scolasticamente corretto”.
Autore: Roberto Carnero
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