Dalla prefabbricazione d’importazione all’industrializzazione made in Italy

Alcune esperienze dell’impresa Borini costruzioni

Il patrimonio costruito italiano del secondo Novecento è caratterizzato in parte, e più marcatamente in alcune aree del Paese, dall’impiego di componenti e sistemi prefabbricati, talvolta combinati con strutture di calcestruzzo armato gettate in opera. Questo repertorio, oggi spesso bisognoso di azioni di riqualificazione funzionale e tecnologica di non semplice integrazione nel dispositivo esistente, testimonia una stagione della costruzione italiana. L’analisi oggettiva delle tecniche, attraverso strumenti interessati alla conoscenza dei fatti costruttivi e alle loro modalità di diffusione nel Paese, a partire dagli episodi di importazione degli schemi esteri, può contribuire ad arricchire la conoscenza di questo catalogo di opere e a fornire gli strumenti necessari a guidare interventi di riqualificazione rispettosi della cultura tecnica di cui gli edifici stessi sono espressione. L’esame del lavoro delle imprese di costruzione è parte essenziale di questo processo di conoscenza, in quanto esse sono state promotrici di procedimenti e protagoniste del mercato di componenti e sistemi che progressivamente si è formato in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. La storia di queste imprese procede in un contesto nel quale si alternano programmi pubblici per l’innovazione del settore edilizio e inaspettate battute d’arresto; in questa cornice, i protagonisti più intraprendenti conservano, comunque, la forza necessaria per assumere le fattezze di prefabbricatori made in Italy, ovvero di progettisti e produttori di sistemi e componenti conformati sui caratteri del contesto italiano. Le ricerche sulla costruzione metallica e sulla prefabbricazione leggera, diffusesi in prima istanza nel panorama lombardo e nelle destinazioni specialistiche (scuole, uffici), hanno messo in luce una parte di questo fenomeno. L’indagine sulla prefabbricazione pesante, inizialmente connessa all’uso dei sistemi esteri, ha trovato spazio in studi recenti, e ha evidenziato le tracce impresse dall’onda lunga delle prime applicazioni, legate all’importazione dei sistemi francesi, sulle pratiche costruttive degli anni Sessanta-Ottanta. Gli accomodamenti di quei procedimenti, messi a punto da prefabbricatori italiani come l’Impresa Generale Costruzioni MBM, Sogene, Borini, hanno posto le basi per la definizione di soluzioni compatibili con la cornice normativa, culturale e tecnologica italiana. Le indagini si sono finora concentrate, prevalentemente, sui cantieri del nord Italia e dell’area di influenza del polo romano, ma sono ancora poco note le modalità di trasferimento di queste tecniche dagli epicentri della prefabbricazione verso le regioni meridionali, più periferiche geograficamente e depresse economicamente, come la Calabria. Altrettanto poco considerate sono le condizioni e i casi che attestano la combinazione, nella stessa opera, di forme e tecniche diverse di prefabbricazione, con l’integrazione di componenti di calcestruzzo ed elementi di tipo leggero. Un percorso di analisi, quest’ultimo, che torna utile per scandagliare espressioni inconsuete e meno ortodosse di sviluppo della prefabbricazione leggera, spesso manifestatesi, nelle zone meno avanzate del Paese, come completamento di un’apparecchiatura costruttiva a matrice cementizia, realizzata in opera o parzialmente prefabbricata. Questo studio si colloca in questo dominio di investigazione, concentrandosi sull’attività dell’impresa di costruzioni Borini, nata nella seconda metà dell’Ottocento e rimasta attiva a Torino fino agli inizi del XXI secolo, relazionandone le vicende al quadro nazionale e seguendone l’attività nel campo della prefabbricazione dagli anni Sessanta fino agli Ottanta, tra il Nord Italia e la Calabria, per rintracciarne le strategie aziendali e gli approcci al tema della prefabbricazione. L’impresa Borini è tra le prime realtà ad acquisire la concessione per l’Italia di un brevetto francese – la soluzione Barets – con cui realizza a Torino, tra l’altro, alcuni dei lotti del quartiere Mirafiori Sud, nell’ambito del programma Gescal. Il gruppo, acquisita consapevolezza dei limiti dello schema a grandi pannelli in Italia, ne studia un adattamento al contesto interno, perseguendo obiettivi di flessibilità funzionale e costruttiva, oltre che di adattabilità del sistema a diversi modelli di organizzazione del cantiere. I sistemi Borini 1 e Borini 2 sono al centro dell’operato dell’impresa torinese a partire dalla metà dei Sessanta. Il secondo, in particolare, è applicato anche in Calabria tra gli anni Settanta e Ottanta, nei cantieri dell’Università della Calabria. Qui il lavoro di Borini, nel caso dell’unità polifunzionale, realizzata tra il 1972 e il 1974, è parte di un esperimento che il progettista dell’opera, Massimo Pica Ciamarra, avvia, spinto dalle contingenze della commessa, trasformando quel cantiere in un’indagine sul rapporto tra l’universalità delle regole della costruzione industrializzata e le peculiarità proprie dell’opera architettonica. Una prova singolare su cui temprare l’industrializzazione made in Italy di Borini, nella quale trova espressione l’uso del componente prefabbricato come parte di un’apparecchiatura costruttiva ibrida, composta di parti realizzate in opera e altre prodotte in stabilimento o a piè d’opera, ed elementi industrializzati leggeri. In ultima analisi, la flessibilità costruttiva che si afferma come requisito prioritario per accordare la prefabbricazione con il quadro italiano, è uno dei tratti più rilevanti che emergono nell’esperienza di Borini in Calabria, contribuendo a testimoniare il ruolo da protagonista della compagine torinese nel drappello di imprese che mettono a punto lo strumentario su cui maturano alcune delle espressioni della prefabbricazione all’italiana.