Questo tomo è il primo dei due che raccolgono la trascrizione integrale delle quasi seicento lettere che ci ha lasciato Paoluccio del maestro Paolo, cartaio e mercante, nato a Camerino nel 1345 e vissuto tra la città marchigiana – una delle cinque civitates maiores1 – e Venezia. La sua corrispondenza, conservata a Prato nel fondo archivistico di Francesco Datini, copre un arco temporale compreso tra il 10 settembre 1395 e il 23 luglio 1411. Fu spedita alle aziende datiniane di Firenze e della Catalogna. Nel primo tomo sono raccolte 249 missive inviate tra i mesi di settembre del 1395 e del 1403. La trascrizione è preceduta da un attento studio del personaggio e dei contenuti delle lettere. Il secondo tomo invece è destinato ai 342 scritti inoltrati tra il primo settembre 1403 e il 23 luglio 1411. Le due opere contengono i preziosi indici dei nomi e dei luoghi del carteggio. Poiché si tratta di un importante lavoro dedicato a materiali inediti, la Fondazione Datini ha deciso di darlo alle stampe nella collana Documenti affidandolo ai tipi della Firenze University Press che sono consultabili in Open Access. L’edizione di fonti trascritte, attività ormai piuttosto desueta e molto faticosa, è al contrario essenziale per i ricercatori di diverse discipline. Molti sono gli elementi che mostrano la qualità dell’intero lavoro. Anzitutto il saggio introduttivo che, basato sull’analisi di materiali di varia provenienza e natura, ricostruisce le vicende del protagonista: le origini, i commerci, le relazioni umane e politiche vissute, la sua ascesa economica e sociale. In secondo luogo i criteri di edizione adottati che evidenziano l’acribia dedicata alla complessa trascrizione e l’attenta bibliografia che rivela una approfondita conoscenza dei temi trattati. L’autrice, Emanuela Di Stefano, raffinata studiosa dell’economia marchigiana, è l’artefice della preparazione di questo corpus documentario. Esso, non solo consente di esaminare le vicende di Paoluccio ma permette di affinare aspetti meno conosciuti dei traffici datiniani, del contesto marchigiano e, vista la spazialità della fonte, dell’economia europea tardo medievale. Queste lettere rendono possibili nuovi approfondimenti su tipologie di merci scambiate, itinerari percorsi, mercati e uomini di affari coinvolti. Soprattutto consentono di far luce su un bene di gran fascino, la carta, frutto di qualificate conoscenze, che nel solco della tradizione manifatturiera di Fabriano e di Pioraco Paoluccio produceva e spediva in grandi quantità. A questo proposito sono moltissime e variegate le notizie di cui disponiamo. Oltre alle più tradizionali indicazioni relative alle numerose qualità fabbricate e alla loro distribuzione, colpiscono informazioni meno scontate come una ancora sconosciuta circolazione di feltri che, provenienti da Bruges, erano destinati alle gualchiere marchigiane. Si trattava di flussi consistenti, nell’ordine di migliaia di pezzi destinati alle presse2 . Le missive del camerte ci raccontano anche della grande abilità dei «maestri de li folli» di Pioraco che seppero perfino recuperare e rifare nove balle delle undici che si erano bagnate durante il viaggio verso la Catalogna. Da Maiorca, via Ancona, furono rispedite al fondaco di Camerino e da lì a Pioraco; una volta sistemate ripresero il mare, via Venezia, verso la Penisola iberica3 . La vicenda, che si svolse tra la primavera del 1406 e l’estate del 1408, è un chiaro segnale di come la produzione italiana, in particolare toscana e marchigiana, si fosse sostituita a quella iberica. D’altra parte, la carta, «Di bianco lin candida prole» (Sabbatini 1990), era una mercanzia degna di grande attenzione alla quale si dedicavano gli uomini di affari del tempo: di carta erano molti atti pubblici per i quali non era più obbligatorio usare la pergamena, di carta erano i libri di conto che si utilizzavano per tenere la contabilità, di carta erano i fogli su cui scrivevano le loro lettere. Possiamo solo intuire quanta carta consumassero e ben sappiamo quanto importante fosse la circolazione delle informazioni tra gli operatori economici medievali. La loro preoccupazione era quella di scrivere e di ricevere notizie su tutto e con continuità, non solo perché vi fosse chiarezza nei rapporti tra aziende, ma anche e soprattutto perché sapere ogni fatto, compreso quello più marginale in apparenza, era fondamentale per adottare corrette strategie. Così i mercanti, quelli toscani in particolare, passavano molto tempo seduti con la penna in mano. «In vita mia non ò fatto altro che scrivere», diceva Francesco Datini all’amico Bassano da Pessina (Frangioni 2009, 2). Anche Paoluccio del maestro Paolo era ben consapevole di tutto ciò. In una missiva diretta a Barcellona nel marzo del 1401 segnalava come «L’ultime che ve sscrissi fo triplicate: una socto lectera di vosstri da Firençe, una per Bernardo dell’Alberti et conpangni et una socto lectera delli commessarigi de Çanobio de Tadio»4 . Un triplice invio per essere sicuro che la novità giungesse a destinazione.