IL GRILLO DI PLUTARCO E OMERO
Il dialogo plutarcheo Bruta animalia ratione uti, o Gryllus , si presenta come il resoconto di una ‘stravagante’ discussione avvenuta durante il nostos odissiaco, un fatto che in Omero si suppone taciuto, e che consiste prima in un breve scambio di battute fra Circe e Ulisse, e poi in una più lunga e impegnativa diatriba etico-filosofica fra quest’ultimo e un maiale parlante, il cui nome è appunto Grillo. Dal punto di vista tipologico, l’opera sta a metà strada fra il genere della detorsio Homeri e il genere della historia vera; né mancano elementi in comune con le “correzioni” o “riscritture” di Omero come potrebbero essere ad esempio l’Eroico di Filostrato, l’Ephemeris di Ditti Cretese, il De excidio Troiae di Darete Frigio e così via. È singolare che il BA, pur essendo uno degli scritti più gradevoli e brillanti che siano usciti dalla penna di Plutarco, abbia in genere suscitato un interesse piuttosto scarso. In ltalia, per esempio, gli studi su questo testo si sono avviati appena una dozzina di anni fa, e possono contare su non più di cinque o sei contributi veramente importanti. Ma anche fuori dall’Itatia non si può dire che la situazione sia molto diversa, se è vero, come è vero, che per un inquadramento generale dell’opera il lettore deve tuttora rivolgersi ai brevi schizzí di Ziegler , di Babut e di Dierauer, necessariamente cursorii e ormai alquanto datati. Quanto alle edizioni critiche o semi-critiche, le uniche non irrimediabilmente superate restano quella di Hubert e quella di Cherniss - Helmbold. Poiché dunque è l’inquadramento generale la cosa di cui al momento il BA più necessita, avevo pensato di dare anch’io un contributo in questo senso: ma, data la brevità del tempo a mia disposizione, ho deciso di proporre qui un breve contributo per l’inquadramento omerico del dialogo plutarcheo. Il fatto che a tutt’oggi non esista uno studio dedicato ex professo ai rapporti fra il Grillo e l’Odissea fa pensare che la critica non ritenga rilevante l’argomento; l’impressione si accentua osservando che i similia omerici vengono sì citati in abbondanza dagli studiosi e dai commentatori del nostro opuscolo, ma citati disorganicamente, a titolo di puro riscontro formale, e senza un vero tentativo di coglierne la funzionalità, quasi che il modello epico fosse per Plutarco un canovaccio, un serbatoio di spunti, un pretesto per disfrenare la libertà creativa, e non piuttosto un punto di riferimento a cui guardare con rispetto e devozione (e qui avranno pesato le parole di uno studioso del calibro di Zíegler, che parlava del BA come di un’opera di “libera invenzione”, senza precisare quanto e in che modo fosse libera. Anche di recente, Del Corno ha scritto che “la materia è offerta dal famoso episodio dell’Odissea (X, 135-399) ... ma questo spunto è sviluppato da Plutarco in modo totalmente libero e autonomo”. E nell’introduzione alla traduzione di Waterfield, Kidd annota: “The scene is the tenth book of the Odyssey; or rather, Plutarch’s version of the tenth book of the Odyssey” (p. 375). La mia opinione è che il rapporto del BA con il modello omerico non sia né capriccioso né volubile, bensì disciplinato e rigoroso, e vorrei illustrarlo qui rileggendo insieme alcuni brani significativi.
1. Fra le tante questioni del BA che vengono trattate in maniera approssimativa c’è innanzitutto quella dell’individuazione del punto del testo omerico in cui s’inserisce il dialogo plutarcheo. A questo proposito gli studiosi (anche i commentatori) tacciono, oppure procedono a lume di naso. Ho appena ricordato il parere di Kidd e di Del Corno, ma un po’ tutta la letteratura critica rimanda a Od. 10.135-399, con piccole variazioni. Ad esempio, Myrto Gondicas15 ritiene che la scena del Grillo si rapporti all’inizio dell’episodio di Circe nel libro 10 dell’Odissea, e rimanda in particolare ai vv. 212-213, ove – a dire il vero – si accenna solo alla presenza di lupi e leoni, stregati dai filtri della maga; invece Fernández Delgado (nella relazione fatta a Lovanio nel 1996) pensa ai vv. 336-400, sempre del libro 10, e aggiunge che la frase iniziale del dialogo, ταῦτα μὲν… διαμνημονεύσειν (985D), da lui definita “cryptique”, è da connettersi con “le rapport sexuel entre Ulysse et Circé dans l’épisode de l’Odyssee (X, 347), realisé comme ici avant que le héro ne lui demande la libération de ses compagnons”. A mio avviso nella frase non c’è niente di criptico e la scena del Grillo, anziché al libro 10 dell’Odissea, che contiene il corpo principale dell’episodio di Circe, va riferita all’azione raccontata nel libro 12, che ne costituisce una breve appendice. Questa è la base fondamentale della mia lettura del dialogo plutarcheo. Tutti ricordano che alla fine del canto 10° Ulisse ottiene da Circe il permesso di partire, ma ne riceve anche l’ordine di recarsi all’Ade (e le relative istruzioni): nel canto 12°, dopo la visita all’Ade, Ulisse fa ritorno sull’isola di Eea, ma non torna da Circe: manda i compagni alla sua casa a prendere il cadavere di Elpenore, ed insieme gli danno sepoltura in riva al mare. La cosa però non sfugge a Circe, che si reca da loro sulla spiaggia e lì fa servire a tutti un ricco banchetto, che dura tutto il giorno. La notte i compagni dormono sulla nave: nessuno vuole più andare a casa di Circe. E la maga si apparta con Ulisse solo per predirgli il futuro e spiegargli il modo in cui dovrà comportarsi nel corso delle avventure che ancora lo attendono (Sirene, Simplegadi, Scilla e Cariddi, ecc.). La sua è una lunga rhesis che va dal v. 37 al v. 141. Nei due versi iniziali, la maga invita I’interlocutore a concentrarsi su ciò che lei dirà, e a tener presente che comunque, all’occorrenza, ci sarà sempre un dio a ricordargli che cosa dovrà fare: ταῦτα μὲν οὕτω πάντα πεπείρανται, σὺ δ᾽ἄκουσον ὥς τοι ἐγὼν ἐρέω, μνήσει δέ σε καὶ θεὸς αὐτός (Od. 12.37-38) “Tutto questo si è così compiuto; ma tu ora ascolta quel che ti dirò, ed anche un dio addirittura te lo ricorderà”.