Nazionalismi di frontiera

Russi, polacchi e ucraini a Cholm (1830-1918)

Protagonista di questo libro è il nazionalismo. Anzitutto quello russo, che trovò un humus particolarmente fertile nelle periferie occidentali dell’Impero dei Romanov, nel periodo compreso tra la prima insurrezione polacca del 1830- 31 e il crollo della Russia zarista. Nel contesto delle macrotendenze di lungo periodo entro cui si manifestò e prese corpo l’idea di nazione russa, questo fenomeno verrà analizzato con riferimento specifico al caso della regione di Chełm (Cholm in russo e ucraino) territorio situato nei governatorati orientali del Regno di Polonia, sede dell’ultima diocesi greco-cattolica dell’Impero russo abitata prevalentemente da popolazione rutena (ucraini e bielorussi). Non solo il nazionalismo russo, tuttavia, troverà spazio in queste pagine, giacché non fu il solo attore presente sul palcoscenico di questa travagliata area di confine. Ad esso farà da contraltare la nazione polacca, anch’essa in via di ridefinizione secondo paradigmi moderni; più tardi, infine, avrebbe fatto la sua comparsa il nazionalismo ucraino, cristallizzandosi soltanto dopo il primo conflitto mondiale. Interpretato secondo le categorie introdotte da Ernest Gellner (1985, 3), il nazionalismo può considerarsi come un «principio politico», teorizzante la «perfetta coincidenza» tra unità nazionale e unità politica; o ancora, alla stregua di Hans Kohn (1948, 17), si potrebbe asserire che il principio nazionalistico vorrebbe far coincidere il confine politico con il confine etnografico o linguistico. L’idea di nazione non poté affermarsi a prescindere dal radicamento sul territorio: lo spazio, quindi, o meglio la geografia del nazionalismo con le sue frontiere emergerà prepotentemente dalla voce dei protagonisti della ‘questione di Cholm’ e nelle riflessioni che ne seguiranno. Questo studio, i cui estremi temporali coincidono con l’epoca degli imperi dalla restaurazione post-napoleonica dell’Antico regime fino alla sua caduta, non può non tenere conto della prospettiva verso le periferie del centro dell’impero pietroburghese, troppo spesso, e sbrigativamente presentato come un sistema tetragono e monolitico. Come si vedrà, l’approccio del centro dell’Impero zarista verso questi territori di periferia, che nella visione di alcuni interpreti del nazionalismo russo rappresentavano una frontiera della nazione russo-ortodossa dai tratti quasi mistici, un baluardo di confine con il mondo occidentale rappresentato dalla Polonia cattolica, fu al contrario assai variegato e contraddittorio (Weeks 1996, 4-5; Miller 2000, 150; 186; Kappeler 2004; 2006). Rispecchiò l’insieme disomogeneo delle politiche, di segno sia conservatore che riformistico, attuate da Pietroburgo verso le periferie dell’Impero; la vaga, a tratti ambigua, percezione che la monarchia, l’apparato burocratico e l’opinione pubblica russa, ancora in larga misura ancorati ad una visione premoderna, avevano dell’idea di nazione; non da ultimo, i diversi, e fra di loro contrastanti stadi di evoluzione del nazionalismo russo stesso. Soltanto dopo l’insurrezione polacca del gennaio 1863, nella retorica nazionalistica, ma anche nella prassi amministrativa ad essa informata, Cholm fu dichiarata naturale prolungamento delle Province occidentali – indicativamente le odierne Lituania, Bielorussia e Ucraina (Galizia esclusa, al tempo sotto l’autorità absburgica) –, ovvero quei territori che in seguito alle spartizioni della Rzeczpospolita polacco-lituana degli anni 1772, 1793 e 1795 erano stati annessi all’Impero. Essi costituivano il lascito dinastico dell’antica Rus’ di Kiev, di cui i sovrani russi si dichiararono legittimi eredi; Caterina II, artefice con Prussia e Austria dello smembramento della Polonia-Lituania, affermò di aver restituito alla Russia ciò che le spettava di diritto. Conseguentemente, nel gergo burocratico pietroburghese questi territori furono definiti vozvraščennye, ovvero «restituiti». Con buona approssimazione, l’area presa in esame in questo studio corrisponde ai territori attraversati dal poeta Vincenzo Cardarelli nel suo Viaggio nella Russia sovietica del 1928, del quale abbiamo riportato alcune note in epigrafe al presente capitolo. Nel ventennio interbellico, in seguito al Trattato di Riga del 1921, la frontiera tra Polonia e la nascente URSS fu stabilita molto più ad est del vecchio confine, interno allo Stato zarista, tra Regno di Polonia e Russia centrale. Nondimeno, in queste acute parole del Poeta riecheggia quello specifico clima di frontiera, tra Varsavia e Neharėlae in Bielorussia, non lontano da Minsk, ostico ed idilliaco ad un tempo, secolare teatro di sopraffazione tra due mondi, quello polacco e quello russo. Il terzo contendente, il ‘mondo’ ruteno, o ucraino, misconosciuto al tempo in cui Cardarelli scriveva i suoi reportage per il giornale Il Tevere, diviso e soffocato tra II Repubblica di Polonia e Unione Sovietica, non era ancora riuscito a realizzare quello stato nazionale cui avrebbe ambìto ancora per svariati decenni. È quindi in questo scenario, ovvero le vaste regioni di periferia, kresy wschodnie (orientali) dell’ex Confederazione Polacco-lituana e zapadnye okrainy (occidentali) dell’Impero russo ottocentesco, che si manifestarono in tutta la loro conflittualità tre opposti progetti politici: la presa di coscienza nazionale russo-ortodossa nell’ambito dell’impero multietnico zarista; l’idea di nazione polacca, forte di una tradizionale e dominante presenza culturale sempre più connotata secondo paradigmi nazionali moderni; la nascente identità ucraina, in parte caratterizzata da un’anima confessionale greco-cattolica e divisa tra impero russo e austriaco.Intorno alla metà dell’Ottocento, col graduale diffondersi di un nazionalismo fondato sul criterio dell’etnicità, una parte della burocrazia imperiale pietroburghese iniziò ad interpretare l’idea di nazione russa nei territori sottratti alla Polonia nel Settecento nei termini di una restituzione non solo puramente amministrativa, come era avvenuto ai tempi di Caterina, ma anche, e soprattutto, dell’assimilazione cognitiva in senso ‘nazionale’, russo e ortodosso, di quelle regioni. Nel discorso nazionale promosso da rappresentanti della società colta russa e dei vertici zaristi queste regioni erano abitate da russi ‘piccoli’ e ‘bianchi’, che assieme ai loro consanguinei ‘grandi’, della Russia centrale, formavano la cosiddetta ‘Grande nazione russa’. Questi ‘russi’ (ossia ruteni) andavano quindi sottoposti a ‘depolonizzazione’ e ‘decattolicizzazione’ (concetti resi in russo, rispettivamente, con raspoljačenie e raskatoličivanie), al fine di ristabilire un’idilliaca – quanto immaginata – dimensione russo-ortodossa che avrebbe connotato quell’area ab origine, fin dagli albori della storia. La reale composizione etnica e confessionale delle Province occidentali implicava quindi l’applicazione di un insieme di politiche di ingegneria sociale ed etno-confessionale, intese a guadagnarsi il favore dei contadini, considerati l’incarnazione dell’elemento nazionale e confessionale primordiale, e ripulirli dalle incrostazioni sociali, culturali e religiose dovute all’assoggettamento alla nobiltà e al clero cattolico polacchi. Cruciale in tal senso sarebbe stata l’emancipazione dalla servitù verso i possidenti polacchi con la concessione della terra. In questo macrocontesto si inserisce, con le proprie specificità, anche la regione abitata da slavi orientali, nello specifico ucraini, soprattutto, e bielorussi e (rispettivamente, secondo Pietroburgo, ‘russi piccoli’ e ‘bianchi’), posta al di là (sulla riva sinistra) del fiume Bug, nel territorio del Regno di Polonia costituito ed entrato a far parte dell’Impero zarista con il Congresso di Vienna nel 1815. Dopo l’insurrezione del 1830 e, soprattutto, quella del 1863 (che per il governo russo testimoniarono l’inaffidabilità e ingratitudine della nobiltà polacca nei confronti della potestà politica zarista) il Regno venne spogliato della sua autonomia e perfino della denominazione (portatrice, quest’ultima, di eversive reminiscenze dell’antica statualità polacca), e ridotto ad una incolore ‘Provincia della Vistola’. E fu dopo la sollevazione del gennaio 1863 che l’autorità zarista sancì l’applicazione, nei territori storicamente dominati dall’elemento politico e culturale polacco, di una serie di misure di portata radicale, che comunemente si definiscono con il termine di ‘russificazione’, intese a capovolgere gli equilibri sociali e di potere preesistenti.