La transizione ecologica e digitale, unitamente ai cambiamenti nelle preferenze dei consumatori e nelle scelte nutrizionali, rappresenta una sfida cruciale per le imprese operanti nel settore agroalimentare, indipendentemente dalle loro dimensioni. Tuttavia, le differenze strutturali tra piccole e medie imprese (PMI) e grandi aziende emergono in modo significativo in numerosi ambiti della sostenibilità e della competitività. Al fine di approfondire tali tematiche e fornire una base analitica utile per lo sviluppo di strategie mirate, nell’ambito dello Spoke 9 del Centro Nazionale Agritech, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), l’Università di Siena ha condotto un’ampia indagine sul livello di sostenibilità delle imprese agroalimentari italiane. Tale analisi si è focalizzata in particolare sulle PMI, fornendo una visione dettagliata sulle pratiche di sostenibilità adottate, nonché sulle principali criticità e opportunità per il settore. Il campione rappresentativo analizzato, composto da 3.002 aziende agroalimentari, ha permesso di delineare un quadro approfondito delle dinamiche esistenti. Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio riguarda l’efficienza energetica. Le PMI agroalimentari presentano un consumo elettrico per unità di fatturato notevolmente superiore rispetto alle grandi aziende. In particolare, il consumo delle PMI si attesta a 0,21 kWh per euro di fatturato, contro gli 0,06 kWh delle grandi imprese. Tale dato evidenzia una minore efficienza energetica delle PMI, spesso dovuta a infrastrutture obsolete, a una minore capacità di investimento in tecnologie innovative e a un limitato accesso a strumenti di ottimizzazione energetica. Tuttavia, l’indagine mostra segnali positivi: il 49,8% delle PMI ha già investito in impianti per l’autoproduzione di energia rinnovabile, sebbene tale percentuale salga al 73,9% tra le grandi aziende. A livello settoriale, il comparto lattiero-caseario e quello cerealicolo registrano i consumi più elevati per unità di fatturato, segnalando una maggiore difficoltà nell’ottimizzazione dell’efficienza energetica. Questo aspetto suggerisce la necessità di incentivi e strategie specifiche per favorire l’adozione di tecnologie a minor impatto ambientale. Un’altra criticità riguarda il consumo idrico. Le PMI agroalimentari utilizzano mediamente 277,6 m³ di acqua per euro di fatturato, contro gli 87,0 m³ delle grandi imprese. L’adozione di pratiche di raccolta dell’acqua piovana risulta ancora limitata, con una percentuale del 35,2% tra le PMI, contro il 36,1% delle grandi aziende. Anche in questo caso, i settori lattiero-caseario e cerealicolo risultano essere quelli con il maggiore consumo idrico, mentre i comparti vitivinicolo e olivicolo mostrano una maggiore propensione a strategie di riuso delle risorse idriche. Per quanto concerne le certificazioni e l’accesso ai mercati, emerge un divario significativo tra le PMI e le grandi imprese. Il 66,3% delle PMI possiede certificazioni di qualità e sostenibilità, contro il 90,6% delle grandi aziende. Questo aspetto incide direttamente sulla loro capacità di accesso ai mercati internazionali, dove le certificazioni rappresentano un requisito fondamentale. Tuttavia, le PMI si distinguono per una maggiore propensione alla vendita diretta e al commercio online, strategie che consentono loro di mantenere una presenza più forte nei mercati locali e nei canali diretti. Da un punto di vista territoriale, le PMI del Nord-Est si caratterizzano per una maggiore incidenza di certificazioni rispetto a quelle del Sud e delle Isole, dove la penetrazione delle certificazioni risulta ancora limitata. Sul fronte dell’inclusione e della forza lavoro, le PMI agroalimentari evidenziano ancora margini di miglioramento. Solo il 6% di queste imprese ha donne in posizioni dirigenziali, rispetto al 10% nelle grandi aziende. Anche l’impiego di lavoratori con disabilità appare più limitato tra le PMI, con una percentuale del 10,8%, contro il 59,4% delle grandi aziende. Inoltre, la presenza di giovani under 25 è ridotta in tutto il settore, con una maggiore incidenza nel comparto ortofrutticolo e nelle regioni del Nord-Est, dove si registra la più alta percentuale di lavoratori giovani. Per quanto riguarda la biodiversità e la gestione del territorio, si evidenzia un dato significativo: il 52,3% delle PMI dispone di ettari di bosco, rispetto al 28,9% delle grandi aziende. Questo elemento suggerisce un maggiore coinvolgimento delle PMI nella tutela ambientale. Tuttavia, il livello di gestione sostenibile del territorio varia tra le diverse filiere. Il comparto vitivinicolo e cerealicolo presenta una più alta percentuale di aziende con aree boschive, mentre i settori lattiero-caseario e del miele mostrano un minore impegno nella salvaguardia della biodiversità. Le PMI agroalimentari, pur rappresentando il cuore del comparto, si trovano a dover affrontare sfide significative legate all’efficienza produttiva, alla digitalizzazione e alla sostenibilità. Rispetto alle grandi imprese, le PMI dispongono di risorse finanziarie più limitate, il che si riflette in una minore capacità di investimento in innovazioni tecnologiche e strumenti per la transizione ecologica. Per ridurre questi divari, sono necessari incentivi mirati che favoriscano l’adozione di tecnologie sostenibili, la formazione delle risorse umane e la valorizzazione delle produzioni locali attraverso strumenti di certificazione e tracciabilità. Il ruolo di consorzi, associazioni di categoria e università risulta cruciale per facilitare il trasferimento tecnologico e migliorare la competitività delle PMI. A livello territoriale, le PMI del Sud e delle Isole necessitano di misure più incisive per promuovere l’adozione di pratiche sostenibili, mentre le PMI del Nord-Est possono fungere da modello grazie alla loro maggiore propensione all’innovazione e alla certificazione di qualità. In conclusione, la transizione sostenibile del settore agroalimentare italiano richiede un impegno congiunto tra imprese, istituzioni e ricerca. La frammentazione produttiva deve essere superata attraverso strategie condivise, valorizzando il patrimonio agroalimentare italiano e trasformando la sostenibilità in un vantaggio competitivo per tutte le regioni e filiere del comparto.